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L'indirizzo era
quello: via Dei Giardini numero 5.
Per il terrore che le uscisse di mente
all'ultimo momento, Nora se l'era anche
segnato: aveva staccato un angolo dall'ultima
pagina del quaderno a righe di sua figlia,
ed ora quei pochi segni a matita, scarabocchiati
in fretta, di sbieco, stridevano terribilmente
sulla rigatura di prima elementare.
Individuò il campanello, il terzultimo
a destra, partendo dall'alto.
Tra breve avrebbe suonato, ma aveva
bisogno di qualche istante ancora. Si
guardò attorno smarrita, nella
testa il terrore irrazionale che qualcuno
potesse sentire il rumore del battito
asincrono del suo cuore. Ma per fortuna
nella via non passava nessuno.
Le nubi che si erano andate addensando
durante tutta la mattina, ormai avevano
formato una coltre spessa e livida,
pronta a rovesciare aghi ghiacciati
da un momento all'altro. Per lo meno
era stata previdente, e aveva indossato
il suo impermeabile color moka che la
faceva sembrare più snella. Il
ricordo di questo futile particolare
la rincuorò quel tanto che bastava
per risvegliarle i sensi. Avvertì
il vento gelido che le tagliava il viso,
e meccanicamente alzò il bavero
per difendersi; poi cominciò
una lunga e minuziosa perlustrazione
all'interno della sua borsa, alla ricerca
del pacchetto di sigarette e dell'accendino.
Quando infine riuscì a trovare
i due alleati, si accese una sigaretta
e aspirò profondamente, con avidità,
quasi come se il fumo potesse in qualche
modo infonderle una sicurezza che era
andata perduta, nel tragitto che aveva
compiuto da casa sua, persa da qualche
parte tra le varie fermate del metrò.
Il discorso se l'era preparato già
da qualche tempo, da quando Guido le
aveva raccontato quell'ultima, patetica
scusa con la quale le aveva annunciato
che al compleanno di Cecilia non poteva
proprio essere presente.
Guido era fatto così: ogni volta
che si presentava un'occasione speciale
o una ricorrenza, lui si defilava accampando
le motivazioni più fantasiose
che potesse trovare. Ma quella volta
aveva davvero passato il segno. E comunque
erano anni che Nora rimandava quell'incontro,
raccontandosi che non era mai il momento
giusto, che di lì a poco le cose
sarebbero senz'altro cambiate, che ora
lui aveva un'altra responsabilità,
visto che c'era di mezzo una figlia,
una figlia che lei aveva desiderato
con tutta sé stessa, e alla quale
lui non si era opposto.
"Ho anch'io le sue stesse responsabilità"
- si disse - già! Siamo le due
facce della stessa medaglia: ognuno
con le sue paure, ognuno ipocrita, a
modo suo".
Nora osservò con attenzione la
sua immagine riflessa nella vetrata:
nonostante il vento le avesse scarmigliato
il caschetto nero, che portava tagliato
corto, era bella ed elegante. Non aveva
nulla da temere: poteva competere con
qualsiasi moglie, di qualsiasi età
o ceto sociale. Non era questo che l'aveva
frenata - fino a quel momento - dal
compiere quel passo. La sua era più
che altro una questione di rispetto
nei loro confronti - sorrise sarcastica
"Ma io posso parlare di rispetto?"
si domandò tirando l'ultima boccata
di fumo. Spense il mozzicone sul marciapiede,
si rassettò velocemente i capelli
e suonò.
"Chi è?" chiese una
voce squillante dall'altro capo del
citofono.
"Sono Nora Brevi, ho appuntamento
con la signora Patrizia Sarti"
"Quarto piano, palazzina A"
Nora si sorprese a contare i passi.
Era da tempo che non le capitava di
fare quell'esercizio che le avevano
insegnato per allentare la tensione:
dalle scuole superiori, forse.
"Cinquantasei, cinquantasette
"Centotrentaquattro, fino alla
porta d'ingresso, includendo i tre gradini
che portavano all'ascensore. La porta
si aprì, e una donna bionda,
di una bellezza sconcertante, dall'aspetto
curato e lo sguardo vivace la invitò
ad entrare. Ad occhio e croce poteva
avere una quarantina d'anni, ma c'era
qualcosa in lei che la faceva sembrare
più giovane.
Nora si ritrovò in un appartamento
illuminato a giorno, arredato in modo
sobrio ed elegante, che pareva uscito
dalle pagine di una rivista di arredamento.
Patinato, era il termine giusto, come
l'albero di Natale che spiccava in un
angolo dell'ampio salone, e che qualcuno
aveva addobbato nei colori del panna
e dell'oro, con uno stile invidiabile.
Lei all'albero di Natale non aveva ancora
neanche pensato, eppure la vigilia si
avvicinava a grandi passi, e se non
si fosse data una mossa si sarebbe dovuta
accontentare degli scarti degli altri.
Come succedeva ogni anno, del resto.
Nora era pigra per queste cose, lo sapeva
bene: era un lato del suo carattere
con il quale aveva imparato a convivere,
dopo che si era resa conto di non poterci
fare assolutamente niente per cambiarlo.
"Mi scuso per non aver preparato
un aperitivo - disse la donna - ma ho
ritenuto che per il nostro incontro
non fosse necessario
o mi sbaglio?"
i suoi occhi la scrutavano gelidi come
il ghiaccio che si andava incrostando
ai bordi della ringhiera esterna, sulla
quale brillavano a intermittenza mille
lucine monocromatiche.
"Non sbaglia affatto, signora
"
"Oh, ti prego, evitiamo le false
formalità, sono Patrizia - le
disse porgendole la mano - dopotutto
condividiamo lo stesso uomo, no? E'
quasi come se fossimo un po' parenti
"
Nora rimase inebetita, impreparata davanti
ad una confessione che avrebbe dovuto
essere la sua. Si sentiva come un comico
al debutto, al centro del palcoscenico,
a cui il presentatore aveva appena bruciato
la battuta di chiusura. Quella finale,
decisiva, il carico da 11. Si riprese
quasi subito e senza giri di parole
domandò: "Scusa
come
lo sai?"
"Oh, l'ho capito subito quando
mi hai telefonato per chiedermi un appuntamento
eri talmente nervosa che temevo avresti
preso fuoco per autocombustione"
scherzò Patrizia, e il suo viso
s'illuminò di un sorriso triste,
sottolineato da due irresistibili fossette.
La sua bellezza aristocratica riempiva
la stanza, si espandeva ogni minuto
che passava, schiacciando l'essenza
di Nora che si sentiva sempre più
a disagio.
"Mi dispiace che tu abbia dovuto
fare tutta questa strada solo per dirmi
qualcosa che io so di già
se fossi stata un po' meno misteriosa,
l'altro giorno, al telefono, ti saresti
potuta risparmiare un bel po' di strada
"
disse Patrizia mentre la invitava a
sedersi e insieme prendevano posto attorno
ad un tavolino da caffè. Nora
si perse per un istante tra le radici
di mangrovia che formavano la base per
il largo piano di cristallo rotondo.
"E' tutto surreale" pensò,
e dentro di sé si domandò
quanto potesse costare quel pezzo di
arredamento, e quanto comunque la cifra
fosse spropositata se paragonata al
cumulo di cassette di legno per la frutta
che lei stessa aveva dipinto per farne
una sorta di tavolino di tendenza vagamente
etnica.
"Non importa" disse Nora sinceramente
"Il fatto è che arrivati
a questo punto ritengo necessario chiarire
questa situazione" azzardò.
"Sono otto anni che io e Guido
abbiamo una relazione. Abbiamo una figlia
di 6 anni, Cecilia, ed è arrivato
il momento che Guido si assuma le sue
responsabilità di compagno e
di padre. Io da sola non posso farcela
"
Patrizia non sembrava affatto turbata
dalle parole di Nora "E come pensi
di fare?" le chiese semplicemente.
Nora, perplessa, avrebbe voluto obiettare
"sarebbe semplice se solo tu decidessi
di ritirarti dalla partita", ma
qualcosa di indefinito la trattenne.
Forse fu lo sguardo magnetico della
sua rivale, o il suo profumo inebriante,
o semplicemente quel senso di inadeguatezza
che l'aveva colta sin dal momento in
cui lei le aveva aperto la porta. Lei,
quella splendida divinità dall'aria
calma, perfettamente padrona di sé
stessa e delle proprie emozioni, sapeva
già tutto dei due amanti ancor
prima che Nora andasse a miagolare alla
sua porta. Perché Guido, con
una moglie così, si era disturbato
a cercare lei, l'esatto opposto? Forse
era stato proprio questo ad attrarlo?
Il fatto che lei fosse così disperatamente
distante dall'immagine di sua moglie?
Nora non lo sapeva, e doveva trovare
in fretta una risposta intelligente
che potesse deviare il corso dei suoi
pensieri, altrimenti, se si fosse lasciata
prendere da quei ragionamenti, avrebbe
finito con il ritrovarsi innamorata
di Patrizia nel giro di qualche minuto,
intenta a trovare una soluzione che
potesse evitarle qualsiasi dolore.
"Ti propongo un compromesso"
incredula, si ascoltò pronunciare
quelle parole come se fosse qualcun
altro a parlare per lei in quel momento
"lasciamo le cose come stanno,
non intralciamoci la vita a vicenda;
ora che ci siamo conosciute possiamo
tentare di gestire le nostre vite con
il nostro uomo senza cercare di distruggerci
a vicenda. Da parte mia so persino che
potrei diventare tua amica
Fino
ad ora ha funzionato, più o meno.
Ora che abbiamo la consapevolezza della
situazione, possiamo cercare di far
funzionare al meglio questo strano rapporto
a tre. Che ne dici?"
Patrizia non aveva detto nulla. Si era
limitata a sorridere con uno sguardo
compassionevole e alla fine aveva chiuso
la loro breve chiacchierata con una
semplice frase: "Dico anche a te
quello che ho tetto a tutte le altre,
prima di te: puoi anche tenertelo Guido,
a me non importa di lui. Non m'importa
di nessun uomo, veramente" aveva
detto sottolineando quell'ultima frase
con uno sguardo intenso che aveva indugiato
un po' troppo a lungo sulla scollatura
di Norma "ma non gli concederò
mai il divorzio - aveva aggiunto - i
miei soldi per una solida copertura.
Abbiamo un accordo. Per il resto lui
è libero di fare quello che vuole".
Dieci minuti dopo, Norma correva verso
la fermata del metrò, il volto
in fiamme e il cuore in subbuglio. "Vieni
a trovarmi domani, se ti va
potremmo
ridisegnare le geometrie di questo rapporto"
le aveva detto Patrizia sfiorandole
la guancia con un bacio sensuale.
Il buio aveva avvolto la città,
e la luce dei lampioni rischiarava a
stento i marciapiedi con un alone irreale.
Tutt'intorno era un brillio di luci
natalizie. "Devo fermarmi in un
negozio per comprare un albero di Natale
per Cecilia", pensò, mentre
fiocchi leggeri cominciavano ad imbiancare
il viale.
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