Interno Milanese

CRISTINA FABBRINI

INTERNO MILANESE 

è un racconto breve. Finalista al concorso

"Io Racconto",

premio Internazionale di Narrativa, Poesia e Fotografia.

 

Firenze - 2a Edizione (2009)

L'indirizzo era quello: via Dei Giardini numero 5.
Per il terrore che le uscisse di mente all'ultimo momento, Nora se l'era anche segnato: aveva staccato un angolo dall'ultima pagina del quaderno a righe di sua figlia, ed ora quei pochi segni a matita, scarabocchiati in fretta, di sbieco, stridevano terribilmente sulla rigatura di prima elementare. Individuò il campanello, il terzultimo a destra, partendo dall'alto.

Tra breve avrebbe suonato, ma aveva bisogno di qualche istante ancora. Si guardò attorno smarrita, nella testa il terrore irrazionale che qualcuno potesse sentire il rumore del battito asincrono del suo cuore. Ma per fortuna nella via non passava nessuno.
Le nubi che si erano andate addensando durante tutta la mattina, ormai avevano formato una coltre spessa e livida, pronta a rovesciare aghi ghiacciati da un momento all'altro. Per lo meno era stata previdente, e aveva indossato il suo impermeabile color moka che la faceva sembrare più snella. Il ricordo di questo futile particolare la rincuorò quel tanto che bastava per risvegliarle i sensi. Avvertì il vento gelido che le tagliava il viso, e meccanicamente alzò il bavero per difendersi; poi cominciò una lunga e minuziosa perlustrazione all'interno della sua borsa, alla ricerca del pacchetto di sigarette e dell'accendino. Quando infine riuscì a trovare i due alleati, si accese una sigaretta e aspirò profondamente, con avidità, quasi come se il fumo potesse in qualche modo infonderle una sicurezza che era andata perduta, nel tragitto che aveva compiuto da casa sua, persa da qualche parte tra le varie fermate del metrò. 
Il discorso se l'era preparato già da qualche tempo, da quando Guido le aveva raccontato quell'ultima, patetica scusa con la quale le aveva annunciato che al compleanno di Cecilia non poteva proprio essere presente.
Guido era fatto così: ogni volta che si presentava un'occasione speciale o una ricorrenza, lui si defilava accampando le motivazioni più fantasiose che potesse trovare. Ma quella volta aveva davvero passato il segno. E comunque erano anni che Nora rimandava quell'incontro, raccontandosi che non era mai il momento giusto, che di lì a poco le cose sarebbero senz'altro cambiate, che ora lui aveva un'altra responsabilità, visto che c'era di mezzo una figlia, una figlia che lei aveva desiderato con tutta sé stessa, e alla quale lui non si era opposto.
"Ho anch'io le sue stesse responsabilità" - si disse - già! Siamo le due facce della stessa medaglia: ognuno con le sue paure, ognuno ipocrita, a modo suo".
Nora osservò con attenzione la sua immagine riflessa nella vetrata: nonostante il vento le avesse scarmigliato il caschetto nero, che portava tagliato corto, era bella ed elegante. Non aveva nulla da temere: poteva competere con qualsiasi moglie, di qualsiasi età o ceto sociale. Non era questo che l'aveva frenata - fino a quel momento - dal compiere quel passo. La sua era più che altro una questione di rispetto nei loro confronti - sorrise sarcastica "Ma io posso parlare di rispetto?" si domandò tirando l'ultima boccata di fumo. Spense il mozzicone sul marciapiede, si rassettò velocemente i capelli e suonò.
"Chi è?" chiese una voce squillante dall'altro capo del citofono.
"Sono Nora Brevi, ho appuntamento con la signora Patrizia Sarti"
"Quarto piano, palazzina A"
Nora si sorprese a contare i passi. Era da tempo che non le capitava di fare quell'esercizio che le avevano insegnato per allentare la tensione: dalle scuole superiori, forse.
"Cinquantasei, cinquantasette… "Centotrentaquattro, fino alla porta d'ingresso, includendo i tre gradini che portavano all'ascensore. La porta si aprì, e una donna bionda, di una bellezza sconcertante, dall'aspetto curato e lo sguardo vivace la invitò ad entrare. Ad occhio e croce poteva avere una quarantina d'anni, ma c'era qualcosa in lei che la faceva sembrare più giovane.
Nora si ritrovò in un appartamento illuminato a giorno, arredato in modo sobrio ed elegante, che pareva uscito dalle pagine di una rivista di arredamento. Patinato, era il termine giusto, come l'albero di Natale che spiccava in un angolo dell'ampio salone, e che qualcuno aveva addobbato nei colori del panna e dell'oro, con uno stile invidiabile. 

Lei all'albero di Natale non aveva ancora neanche pensato, eppure la vigilia si avvicinava a grandi passi, e se non si fosse data una mossa si sarebbe dovuta accontentare degli scarti degli altri. Come succedeva ogni anno, del resto. Nora era pigra per queste cose, lo sapeva bene: era un lato del suo carattere con il quale aveva imparato a convivere, dopo che si era resa conto di non poterci fare assolutamente niente per cambiarlo.

"Mi scuso per non aver preparato un aperitivo - disse la donna - ma ho ritenuto che per il nostro incontro non fosse necessario… o mi sbaglio?" i suoi occhi la scrutavano gelidi come il ghiaccio che si andava incrostando ai bordi della ringhiera esterna, sulla quale brillavano a intermittenza mille lucine monocromatiche."Non sbaglia affatto, signora…""Oh, ti prego, evitiamo le false formalità, sono Patrizia - le disse porgendole la mano - dopotutto condividiamo lo stesso uomo, no? E' quasi come se fossimo un po' parenti…"Nora rimase inebetita, impreparata davanti ad una confessione che avrebbe dovuto essere la sua. Si sentiva come un comico al debutto, al centro del palcoscenico, a cui il presentatore aveva appena bruciato la battuta di chiusura. Quella finale, decisiva, il carico da 11. Si riprese quasi subito e senza giri di parole domandò: "Scusa… come lo sai?" "Oh, l'ho capito subito quando mi hai telefonato per chiedermi un appuntamento… eri talmente nervosa che temevo avresti preso fuoco per autocombustione" scherzò Patrizia, e il suo viso s'illuminò di un sorriso triste, sottolineato da due irresistibili fossette. La sua bellezza aristocratica riempiva la stanza, si espandeva ogni minuto che passava, schiacciando l'essenza di Nora che si sentiva sempre più a disagio. 

 

"Mi dispiace che tu abbia dovuto fare tutta questa strada solo per dirmi qualcosa che io so di già… se fossi stata un po' meno misteriosa, l'altro giorno, al telefono, ti saresti potuta risparmiare un bel po' di strada…" disse Patrizia mentre la invitava a sedersi e insieme prendevano posto attorno ad un tavolino da caffè. Nora si perse per un istante tra le radici di mangrovia che formavano la base per il largo piano di cristallo rotondo. "E' tutto surreale" pensò, e dentro di sé si domandò quanto potesse costare quel pezzo di arredamento, e quanto comunque la cifra fosse spropositata se paragonata al cumulo di cassette di legno per la frutta che lei stessa aveva dipinto per farne una sorta di tavolino di tendenza vagamente etnica. 
"Non importa" disse Nora sinceramente "Il fatto è che arrivati a questo punto ritengo necessario chiarire questa situazione" azzardò. "Sono otto anni che io e Guido abbiamo una relazione. Abbiamo una figlia di 6 anni, Cecilia, ed è arrivato il momento che Guido si assuma le sue responsabilità di compagno e di padre. Io da sola non posso farcela…"
Patrizia non sembrava affatto turbata dalle parole di Nora "E come pensi di fare?" le chiese semplicemente. 
Nora, perplessa, avrebbe voluto obiettare "sarebbe semplice se solo tu decidessi di ritirarti dalla partita", ma qualcosa di indefinito la trattenne. Forse fu lo sguardo magnetico della sua rivale, o il suo profumo inebriante, o semplicemente quel senso di inadeguatezza che l'aveva colta sin dal momento in cui lei le aveva aperto la porta. Lei, quella splendida divinità dall'aria calma, perfettamente padrona di sé stessa e delle proprie emozioni, sapeva già tutto dei due amanti ancor prima che Nora andasse a miagolare alla sua porta. Perché Guido, con una moglie così, si era disturbato a cercare lei, l'esatto opposto? Forse era stato proprio questo ad attrarlo? Il fatto che lei fosse così disperatamente distante dall'immagine di sua moglie? Nora non lo sapeva, e doveva trovare in fretta una risposta intelligente che potesse deviare il corso dei suoi pensieri, altrimenti, se si fosse lasciata prendere da quei ragionamenti, avrebbe finito con il ritrovarsi innamorata di Patrizia nel giro di qualche minuto, intenta a trovare una soluzione che potesse evitarle qualsiasi dolore.
"Ti propongo un compromesso" incredula, si ascoltò pronunciare quelle parole come se fosse qualcun altro a parlare per lei in quel momento "lasciamo le cose come stanno, non intralciamoci la vita a vicenda; ora che ci siamo conosciute possiamo tentare di gestire le nostre vite con il nostro uomo senza cercare di distruggerci a vicenda. Da parte mia so persino che potrei diventare tua amica… Fino ad ora ha funzionato, più o meno. Ora che abbiamo la consapevolezza della situazione, possiamo cercare di far funzionare al meglio questo strano rapporto a tre. Che ne dici?"
Patrizia non aveva detto nulla. Si era limitata a sorridere con uno sguardo compassionevole e alla fine aveva chiuso la loro breve chiacchierata con una semplice frase: "Dico anche a te quello che ho tetto a tutte le altre, prima di te: puoi anche tenertelo Guido, a me non importa di lui. Non m'importa di nessun uomo, veramente" aveva detto sottolineando quell'ultima frase con uno sguardo intenso che aveva indugiato un po' troppo a lungo sulla scollatura di Norma "ma non gli concederò mai il divorzio - aveva aggiunto - i miei soldi per una solida copertura. Abbiamo un accordo. Per il resto lui è libero di fare quello che vuole".
Dieci minuti dopo, Norma correva verso la fermata del metrò, il volto in fiamme e il cuore in subbuglio. "Vieni a trovarmi domani, se ti va… potremmo ridisegnare le geometrie di questo rapporto" le aveva detto Patrizia sfiorandole la guancia con un bacio sensuale.
Il buio aveva avvolto la città, e la luce dei lampioni rischiarava a stento i marciapiedi con un alone irreale. Tutt'intorno era un brillio di luci natalizie. "Devo fermarmi in un negozio per comprare un albero di Natale per Cecilia", pensò, mentre fiocchi leggeri cominciavano ad imbiancare il viale.

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